La chiesa di Sant'Antonio Abate di ValdiPorro, con il campanile

ValdiPorro · Lessinia

La Chiesa di Sant'Antonio Abate

Origini, cronaca e memorie del paese, dal manoscritto del parroco Don Marco Pezzo (1777).

Dalla prima pietra del 1549 fino ai nostri giorni: la storia della chiesa di ValdiPorro, ricostruita fedelmente dal manoscritto di Don Marco Pezzo. Puoi leggerla qui sotto, oppure ascoltarla letta ad alta voce.

Ascolto I

Le origini della chiesa

La cronaca della fondazione e dei primi due secoli di vita, dal 1549 al 1723.

Parte prima

Le origini della chiesa

Prima invocato il nome di Iddio e della sua Madre gloriosa Maria Vergine. Questa Chiesa di Valdiporro ebbe i suoi principi nel 1549 dagli abitanti della contrada dei Groberi, appresso a una cappelletta vecchia. Qui si darà principio a descrivere l'origine della Chiesa di Sant'Antonio Abate, posta nel comune di Valdiporro delle montagne Veronesi, e poi si descriveranno per ordine in questo libro tutte le entrate di detta Chiesa, a perpetua memoria di ciascheduno che vorrà sapere detta origine con le entrate e altre cose, eziandio delle indulgenze concesse a questa Chiesa.

Nel tempo che Verona fu posseduta dalli nobilissimi signori della Scala, e per l'innanzi, il comune di Valdiporro non avendo una Chiesa propria, quella gente si serviva delle cose spirituali presso la Chiesa di San Nicolò, posta nel comune di Roverè di Velo, la quale è la prima Chiesa fabbricata sopra queste montagne. In seguito, gli uomini (ovvero la comunità del Comune della Frizzolana) fabbricarono la Chiesa di San Tomé nel loro territorio, ora chiamata la "Chiesa Nuova", così denominata poiché fu fatta ex novo rispetto a quella precedentemente costruita a Roverè di Velo.

Nel tempo in cui era Vescovo nella città di Verona uno dei signori della Scala, di nome Monsignor Pietro della Scala, questi si recò in visita pastorale presso le sue due Chiese di Roverè di Velo e della Frizzolana. Gli uomini di Valdiporro, all'incirca nell'anno 1375, riconoscendo che la Chiesa Nuova era per loro più comoda, supplicarono il Vescovo affinché si degnasse di ammetterli a quest'ultima per loro grande comodità. Il Monsignore, udite le ragioni di quegli uomini, li ammise alla Chiesa Nuova, dove rimasero per molto tempo, per circa duecento anni.

Nell'anno 1549, mossi da profonda devozione, Giovanni Grober, Antonio di Bartolomeo Grober e Matteo Grober fabbricarono il principio di una Chiesa nel Comune di Valdiporro, sopra la strada comune e appresso a una vecchia cappelletta, realizzandovi una cappella. L'opera rimase imperfetta fino all'anno 1576, quando Orazio Vinco di Cenise, notaio e Massaro di esso comune di Valdiporro, cominciò a voler completare la Chiesa già avviata. Vi fu tuttavia resistenza da parte di quelli della Chiesa Nuova, poiché il Curato della Chiesa Nuova possedeva la quarta parte della decima di tutti i grani di quel comune. Pertanto, nell'anno 1575 si aprì una lite tra i due comuni (Chiesa Nuova e Valdiporro) in merito alla fabbrica della Chiesa e all'applicazione del quarto della decima a favore di Valdiporro.

Poco tempo dopo, una saetta rovinò interamente il campanile della Chiesa Nuova, dalla cima al fondo. Dopo lunghe dispute sotto il governo e il vescovado del Reverendissimo Monsignor Agostino Vallier, degnissimo Vescovo di Verona (i cui dettagli si possono riscontrare chiaramente nei processi formati in materia), il Vescovo, vedendo i travagli e la controversia, si degnò di venire in visita pastorale nell'anno 1577. Come pastore che ha cura delle sue pecorelle, si interpose come mediatore e fece sì che i due comuni rimettessero in lui tutte le loro differenze mediante un compromesso inappellabile. Udite le ragioni di entrambe le parti, emise la sua sentenza separando il comune di Valdiporro da quello della Chiesa Nuova. Confermò che gli abitanti di Valdiporro potevano terminare la Chiesa già principiata e vi applicò la decima (la quarta parte). Condannò tuttavia il comune di Valdiporro a pagare al comune della Chiesa Nuova la somma di 150 ducati per una volta tanto, con l'obbligo per questi ultimi di restaurare il proprio campanile rovinato. Di tutto ciò appare sentenza in data 3 giugno 1577.

Sotto la guida del notaio Orazio Vinco di Cenise, negli anni 1577 e 1578 la Chiesa fu fabbricata e interamente fornita. Di anno in anno si continuò a provvedere alle cose necessarie con grandi sforzi fino all'anno 1581, quando le discordie finalmente si placarono. Per divina misericordia, giunse a Verona il Reverendissimo Monsignor Domenico Baffano, degnissimo Arcivescovo di Spalato. Trovandosi a Verona per varie occasioni, fu incaricato dal Vescovo di Verona di salire sulle montagne per consacrare la neonata Chiesa di Sant'Antonio di Valdiporro. La consacrazione avvenne il 10 luglio 1581, seconda domenica del mese. Sotto l'altare maggiore furono poste molte reliquie di santi in una cassetta di piombo, tra cui quelle di San Vitale. La Chiesa fu dotata dal comune di dodici ducati all'anno in perpetuo per il sacerdote curato, pagati ogni sei mesi dal massaro. Inoltre, per legato di Giacomo Vinco di Cenise (come da testamento del 1572 per mano del signor Sigismondo), furono lasciati al sacerdote altri 5 ducati annui in perpetuo a carico dei suoi eredi universali, con l'obbligo di celebrare una messa ogni sabato. Il primo sacerdote curato dopo la consacrazione fu il Reverendissimo Michele Zagoto di San Vitale, che vi rimase fino a tutto il 1587.

Nell'anno 1582, Antonio Vinco di Zenise, notaio e massaro del comune, fece costruire la casa per l'abitazione del sacerdote. Nell'anno 1588, nel giorno di San Francesco, il già citato notaio Orazio Vinco di Cenise, rimasto vedovo l'anno precedente nel giorno della commemorazione dei defunti, fu ordinato sacerdote. Celebrò la sua prima Messa e fu subito nominato Rettore della Chiesa di Valdiporro. Egli continuò con ardore l'impresa di edificazione e abbellimento della struttura: nel suo primo anno fece erigere la cappella di San Francesco. Nel 1589 fece fondere le campane grandi senza gravare sul comune, affidandosi esclusivamente alle elemosine dei fedeli, per un costo di 200 ducati del grosso e 31 piccoli (inclusi 50 ducati legati dalla cassa di Cristiano di Cenise). Fece inoltre collocare due angeli sopra l'altare del Santissimo Sacramento con 4 candelieri d'ottone.

Il 7 gennaio 1590, Don Orazio strinse un accordo con il comune per la costruzione del campanile: il comune si obbligò a corrispondergli 230 ducati, cedendogli tutte le elemosine e i fondi di cassa raccolti durante i lavori. Il campanile fu ultimato nell'anno 1594 e costò, oltre ai trasporti e alle armature, 550 ducati. Nel 1591 costruì a proprie spese la tettoia ("tezetta") adiacente alla casa del sacerdote, acquistò il terreno circostante e donò il brolo (broletto). Nel 1589 portò da Roma a sue spese la Bolla della Compagnia del Santissimo Sacramento, aggregandola alla compagnia principale di San Pietro. Arricchì la chiesa di paramenti, calici, due candelieri grandi e una pianeta di raso bianco acquistata nel 1593. Un grande calice fu commissionato tramite il lascito di Pietro Homo del fu Nicolò, con il concorso della gente di tutta la montagna (Chiesa Nuova e Valdiporro). Nel 1595 fece realizzare un altro calice grande recante l'effigie di San Francesco, finanziato da donna Agnese del fu Domenico Vallonga (moglie di Giovanni di Cristiano dalla Cappella) per 10 ducati del grosso e 31 piccoli, mentre la pianeta rossa fu pagata da Antonio e fratelli dai Tracchi.

L'11 marzo 1596 (un sabato), Don Orazio fece trasportare da Verona fino a Santa Margherita la statua della Madonna che oggi si trova in Chiesa, da lui acquistata dai Reverendissimi Padri di Santa Maria del Paradiso di Verona. La fece restaurare e indorare a proprie spese e con le elemosine dei fedeli. Nello stesso giorno fece portare la pala di San Francesco con il Santo in rilievo, posta sopra l'altare di San Francesco, interamente finanziata da lui. La domenica successiva, 12 marzo, ordinò una solenne processione con canti musicali a cui parteciparono Gesuiti, i Padri del Paradiso e altri cantori. Vi accorse una moltitudine immensa di popolo, una solennità mai vista prima sulle montagne. La statua della Madonna era stata originariamente rinvenuta presso il Paradiso, fuori dalla porta del Vescovo di Verona, prima che venisse spianata la chiesa dei Padri. Il 25 maggio 1596 fece aggiungere due angeli grandi per accompagnare la Vergine e due per l'altare di San Francesco, oltre a due candelieri d'ottone. Nel 1596 fece inoltre edificare a proprie spese e dei devoti la sacrestia sul lato dei Lessini, coperta di lastre e perfettamente arredata. Il 5 marzo 1597 fu offerto alla Chiesa un gonfalone senza croce, per il quale Don Orazio portò una croce di rame dorata e argentata del costo di 10 ducati. Il 31 marzo 1598 (domenica di Pasqua), il Vicario Generale Pietro Stridoni riconciliò il cimitero della chiesa, che era stato violato a causa di una ferita inferta alla testa del fu Cristiano Capella.

Sotto la cura dell'economo Don Simone Salaorno, nel 1693 e negli anni della sua reggenza, furono eseguiti importanti lavori: fu innalzata la scala del campanile, ne fu creata una in chiesa verso la porta e fu realizzato un coretto dove si trova il battistero, con una spesa di 42 ducati e mezzo sostenuta interamente da Antonio del fu Battista D.

Si registrano inoltre le seguenti note storiche e donazioni:

Inventario dei beni della chiesa · 22 gennaio 1583

Inventarium Mobilium existentium in Ecclesia S. Antonii Abbatis. In Christi Nomine. Anno eiusdem Domini 1583, indizione undicesima, domenica 22 del mese di gennaio. Presso la Chiesa di Sant'Antonio Abate nel Comune di Valdiporro, alla presenza dei testimoni Cristiano del fu Simone Roli e Giorgio del fu Antonio Brutti, entrambi della Chiesa Nuova, si redige l'inventario dei beni mobili esistenti:

  • Un calice con la coppa d'argento da Messa e il piede di rame.
  • Una pianeta verde di raso con la croce rossa del medesimo tessuto.
  • Tre pianete (una rossa, una bianca e una nera) complete di stole e manipoli per tutte e quattro.
  • Due camici con i loro amitti e cordoni di lino.
  • Due messali grandi da Messa, uno con coperta di cuoio rosso e l'altro di cuoio comune, con i loro segnacoli bianchi.
  • 12 tovaglie d'altare di lino (sei nuove con le balze/"zerge" e sei usate, in parte con le balze).
  • Dieci fazzoletti di lino forte e due di velo.
  • Quattordici purificatoi di lino forte.
  • Due borse: una di raso rosso per portare il Santissimo Sacramento agli infermi e una per l'Olio Santo.
  • Una scatolina d'argento per il Santissimo Sacramento.
  • Una cassetta per l'amministrazione del Battesimo con quattro vasetti di stagno.
  • Il tabernacolo di rame dove si conserva il Santissimo Sacramento, dotato di lunetta d'argento.
  • Un tabernacolo di legno coperto da un velo di seta.
  • Un gonfalone con frange verdi e rosse dotato di croce dorata.
  • Sei candelieri di legno (due dipinti a finto marmo e quattro con perni di ferro, padelle e piattini).
  • Una croce di legno dipinta con la sua asta e un crocifisso coperto da un drappo.
  • Due doppieri dipinti per le torce.
  • Un banco per la Compagnia del Corpo di Cristo.
  • Una cassettina verde per le offerte.
  • La copertura del fonte battesimale in tela turchina.
  • Una tovaglia di tela nera sopra l'altare maggiore e una tela incerata.
  • Due lampade con struttura d'ottone, un turibolo d'ottone e un secchiello per l'acqua santa d'ottone.
  • Una lanterna per accompagnare il Santissimo Sacramento agli infermi.
  • Una pietra portatile consacrata e un confessionale.
Le campane

La chiesa di ValdiPorro ha sei campane, fuse nel 1926 dalla fonderia Cavadini di Verona, per un peso complessivo di circa 3.787 kg.

Parte seconda

La vita di Don Ottavio Rossolini

Memoria redatta dal Parroco Don Marco Pezzo (24 Maggio 1777)

Ascolto II

La vita di Don Ottavio Rossolini

Il ritratto del venerando sacerdote, nato a ValdiPorro nel 1693.

Val di Porro è uno dei Tredici Comuni delle montagne Veronesi, confinante a oriente con Velo, a occidente con Chiesa Nuova, a tramontana con i Lessini e a mezzogiorno con Cerro. È una terra di selve, pascoli e verdi prati, dove il clima rigido, le grandinate, le nevi e i venti furiosi ostacolano i seminati; per tale ragione queste terre sono storicamente chiamate "Montagne del Carbone". Qui, il 20 marzo 1693, da onesti genitori, Giacomo e Margherita Rossolini, nacque il venerando sacerdote Ottavio nella contrada che porta il medesimo nome. Egli conservò l'uso dell'antico linguaggio cimbrico dei padri ed era imparentato per linea materna con la famiglia Pezzo dal Grietz (dalla quale discese mio padre Bartolomeo).

Fin dalla giovinezza, contrassegnata da vivace ingegno e fatiche, Ottavio mostrò una chiara vocazione ecclesiastica, allontanandosi da un imminente matrimonio. Apprese con ardore le scienze a Verona e giunse al sacerdozio, destando profonda ammirazione negli esaminatori per i suoi talenti (rispose a ben undici argomenti filosofici consecutivi). Tornato in patria, si distinse per le sue virtù religiose e nel 1722 fu eletto all'unanimità dal popolo a reggere la cura di Cerro. Successivamente passò a guidare la parrocchia di Chiesa Nuova, dove rifulse per la penetrazione della mente, la profonda dottrina e la calda eloquenza. Sebbene privo del mantello filosofico formale, per sapienza e costumi ricordava gli antichi filosofi cristiani. Nonostante le opposizioni e le false accuse di cui fu talvolta oggetto (da cui trionfò sempre, guadagnandosi la stima di Monsignor Giovanni Bragadino, poi Patriarca di Venezia), il Rossolini operò con instancabile fervore nei sacramenti, nelle funzioni e nelle istruzioni catechistiche, che per gravità e chiarezza ricordavano le grandi omelie dei Padri della Chiesa.

Amò teneramente il suo gregge fino a sacrificare la propria salute. Vigilava costantemente, visitando i confini più remoti e i siti alpestri più impervi, spingendosi d'estate fino alla sommità dei Lessini per istruire i pastori che custodivano le greggi. Alle fatiche diurne univa le veglie notturne per assistere gli infermi, sfidando i geli e le nevi della fredda stagione. Spesso si adattava a riposare sul fieno o nelle stalle, accontentandosi di scarso cibo e pura acqua, condividendo in tutto le miserie dei suoi parrocchiani. Come il patriarca Giacobbe, poteva dire: "Die noctuque aestu urebar et gelu, fugiebatque somnus ex oculis meis". Portava personalmente il pane e i soccorsi nelle tasche ai bisognosi, estendendo la sua carità anche fuori parrocchia. Per questo, quando fu trasferito da Cerro a Chiesa Nuova, i suoi vecchi parrocchiani lo piansero amaramente, accompagnandolo lungo le strade come un vero padre.

Uomo mite, umile e distaccato dalle apparenze del mondo, visse in una casa semplicissima rifiutando ogni comodità, ma esortando sempre i fedeli al lavoro onesto e alla coltura dei campi. Al contempo, si prodigò magnificamente per il decoro del tempio di Dio a Chiesa Nuova, che ampliò con splendide fabbriche, altari, lampade, arredi e vasi di fino argento. Dispose per testamento legati a favore dei poveri, delle fanciulle nubili e lasciò una ricca biblioteca ai suoi successori. Alle chiese di Cerro e Valdiporro offrì generose donazioni, tra cui un calice d'argento rimasto a Valdiporro a sua memoria. Lasciò ai parenti stretti unicamente la sua porzione patrimoniale, non avendo mai anteposto l'interesse della carne alla carità. Era devotissimo alle funzioni liturgiche, al canto del divino ufficio e alla preghiera solitaria nei boschi e dinanzi alle immagini sacre (in particolare al Crocifisso di Holebek). Si recò inoltre due volte in pellegrinaggio a Roma, visitando a piedi le basiliche e le catacombe dei martiri.

Il suo ministero si concluse il 20 febbraio 1759, nel trentesimo anno della sua seconda cura a Chiesa Nuova. Colpito da un grave male di petto che ne limitò il respiro, mantenne la mente lucida fino all'ultimo, confortando i presenti con le parole dei Salmi e ricevendo con devozione i Santi Sacramenti. Si spense all'alba, all'età di 66 anni meno un mese, assistito amorevolmente da Don Bartolomeo Spada. Ai suoi funerali accorse una folla immensa di parrocchiani, sacerdoti e abitanti delle comunità vicine. Si narra che durante la mesta processione a lento passo, l'aria improvvisamente si placò e nessuna delle torce accese si estinse, quasi come un segno di favore celeste. L'orazione funebre fu pronunciata dal celebre Arciprete di Roverè di Velo e missionario, Don Francesco Maria Pomari. Il suo corpo fu sepolto in un luogo separato che conduce alla sacrestia, dove fu inciso l'encomio di Optime Meritus. La sua memoria rimane viva come una stella luminosissima nella sua patria di Valdiporro e nelle parrocchie che governò.

Testo tratto dal manoscritto di Don Marco Pezzo (1777), modernizzato e verificato fedele all'originale. Documento gentilmente fornito da Riccardo Gaspari.